Da Romolo a Caino: “fratelli coltelli” nei miti di fondazione



Redatto da Oltre la Linea.

L’uscita nelle sale del film “Il primo re” di Matteo Rovere sta destando particolare attenzione per come è stato affrontato dal regista il tema inerente alla fondazione della città che per secoli dominerà incontrastata nell’antichità : Roma. Romolo dopo aver ucciso suo fratello Remo, ovvero dopo aver utilizzato la violenza al momento opportuno, fonderà una civiltà che influenzerà il mondo intero, con le proprie istituzioni militari, civili e politiche e con le proprie arti.

Presso tutti i popoli il mito di fondazione è considerato come il momento iniziale e per questo più sublime, forse irraggiungibile senza morte, in cui interviene una causa esterna ad interrompere questa armonia. Qualche esempio: gli antichi Egizi avevano come mito fondatore la lotta tra i dio Seth e il dio Osiride. Seth uccide Osiride, che da allora vive sottoterra. Gli Aztechi avevano come mito fondatore l’antagonismo tra il dio Tecciztecatl e il dio Nanahuatl, il più piccolo fra gli dei. Il mito d’origine dei Giapponesi vede la lotta tra la dea del Sole Amaterasu e suo fratello, l’imprevedibile dio della tempesta Susanowo. L’imperatore del Giappone è considerato discendente della dea del sole, che sa salvare gli uomini dalla furia distruttrice.

Inoltre, come insegna l’antropologia culturale, in tutte le società l’esperienza del Sacro si manifesta attraverso questi passaggi fondamentali: il racconto dell’origine, la spiegazione della morte, la concezione del tempo e dello spazio, l’unione e l’esclusione nel gruppo e la visione di una vita futura. In questo caso si vuole indagare l’aspetto patologico, attraverso l’omicidio, in questo caso fraticidio, quale atto fondativo della storia di un popolo. Non è un caso che Romolo e Remo discendano proprio da Marte, il dio della guerra.

Lo stesso concetto è espresso alla perfezione (secondo una visione evoluzionistica) nel prologo di “2001 – Odissea nello spazio”. Infatti dopo essersi svegliato dal sonno della ragione ed essersi accorto della presenza del monolite (la trascendenza) la cui presenza non riesce a spiegare, l’ominide, secondo la metafora Nietzscheana, passa dal cammello al leone. Sulle note di “Così parlo Zarathustra” di Wagner si glorifica la violenza: l’ominide utilizza l’osso come arma, dapprima per difendersi e dominare le altre specie viventi e subito dopo nei confronti del suo simile. Da questo avvenimento la storia dell’uomo si mette in marcia.

Un parallelismo del racconto di Romolo e Remo va fatto con quello appartenente alla tradizione giudaico-cristiana che segna l’atto fondativo della civiltà, ovvero la storia di Caino e Abele. Questa storia rappresenta un punto di contatto fondamentale fra le due culture, ma allo stesso tempo un punto di distanza per il modo in cui è concepito il mito, in senso positivo da una parte negativo dall’altra. Da un lato c’è il figlio nato dal peccato originale che commette violenza come atto fondativo, dall’altro, nel caso di Romolo, l’uccisione sarà ritenuta legittima in quanto Remo ritenuto responsabile della violazione del tabù, avendo varcato i sacri confini della città appena stabiliti.

Probabilmente tale considerazione di Caino come fondatore della prima città spiegherebbe l’antica ostilità degli ebrei seminomadi verso le popolazioni stanziali. Questo passaggio viene spiegato anche da Giuseppe Prezzolini che in “Cristo e/o Machiavelli” si sforza di trovare dei punti di contatto fra due pensatori apparentemente agli estremi del pensiero politico: Agostino d’Ippona e Nicolò Machiavelli.

Il tema ricorre, attraverso la città di Dio e l’esaltazione di Roma come il massimo risultato costruttivo dell’uomo, con una descrizione particolareggiata di tutte le crudeltà, massacri, frodi e indicibili immoralità commessi dagli antichi romani. Se Roma che fu il più grande degli Stati fondato dal fratricida Romolo, che Sant’Agostino accoppia con Caino fondatore secondo la Bibbia della prima città o stato, che cosa possono essere gli altri stati? Ecco dunque cos’è la politica e l’uomo di Stato, con le sue mani gocciolanti di sangue, con le sue labbra abituate alla menzogna. Ecco la negazione della città di Dio, ecco la città terrena, ecco la legge che Machiavelli deplorò ma mostrò inestricabilmente tessuta nella stoffa della politica: la legge che afferma che nulla in politica può essere compiuto che non sia prodotto della forza dell’astuzia allo scopo di procurare a se stessi e ai propri simili una Patria, distruggendo i loro nemici e imbrogliando i loro vicini

(di Emilio Bangalterra)

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