Il periodo dei torbidi in Russia: guerre, tradimenti e coraggio



Redatto da Oltre la Linea.

Raramente nella storia europea si è assistito ad un’epoca così densa di avvenimenti e di stravolgimenti come quella che, in soli quindici anni, costituisce l’interregno tra la morte di Fëdor I Rjurik (figlio di Ivan il Terribile) e Mihajl III Romanov.

Un quindicennio di guerre, rivoluzioni, congiure e messianismi spesso grotteschi, che in Russia viene da sempre definito il periodo dei torbidi, e che nei secoli è stata interpretato dagli storici in maniera contrastante. Ma l’aspetto senza dubbio più peculiare, in questo turbinìo di vicende, è quello dell’avvicendarsi di vari pretendenti al trono che millantavano di essere figli o parenti creduti scomparsi degli zar della dinastia Rjurik.

Tra questi, spiccano i falsi Demetrii, le cui gesta sono state dettagliatamente raccontate nel 1954 in un’opera di Prosper Mérimée, tradotta da Tommaso Landolfi.

La data d’inizio del periodo dei torbidi è convenzionalmente fissata al 7 gennaio 1598, quando lo zar Fëdor I muore senza lasciare eredi. Con lui si spegne la dinastia dei Rjurik, che aveva regnato sul popolo russo per sette secoli. Debole di corpo e di spirito, più affine agli studi teologici che alla politica, Fëdor aveva ereditato una Russia mutata fin nel profondo dalle riforme attuate dal padre.

Affidatosi quasi completamente ai propri consiglieri, i boiari di corte, aveva però avuto il merito di creare il patriarcato di Mosca e rendere così la Chiesa russa indipendente. Il clero ortodosso avrà un ruolo cruciale nel successivo svolgersi degli eventi.

L’ascesa di Boris Godunov

Alla morte di Fëdor, è Boris Godunov a sedersi sul trono degli zar. Proveniente dalla piccola nobiltà mongola, praticamente analfabeta, Godunov era riuscito negli anni a tessere un’intricata rete di relazioni politiche, diplomatiche e matrimoniali fino a diventare l’uomo più potente della corte moscovita. Questa successione atipica, però, viene vista con sospetto da larga parte della popolazione, sobillata anche dall’aristocrazia nemica di Godunov.

La Russia era del resto reduce dalle riforme radicali dell’epoca di Ivan il Terribile, che avevano mutato financo il tessuto sociale del Paese. Le continue spinte espansionistiche nel sud-est, oltre ad aver stremato economicamente tutte le classi sociali, avevano portato il Governo ad incamerare nelle fila della piccola nobiltà di servizio anche popolazioni non convertite, che si ritrovavano improvvisamente inglobate in una struttura sociale straniera. Inoltre, l’espansionismo aveva portato nuovi territori nell’alveo dello Stato, e la volontà di colonizzare queste zone trasferendo i contadini russi cozzava con gli interessi dei proprietari terrieri, che vedevano le loro proprietà indebolirsi e spopolarsi.

Di fronte alla minaccia di una rivolta del latifondo, il Governo fu costretto a fare marcia indietro, vincolando i contadini al territorio natìo, e gettando così solide basi per la nascita della servitù della gleba. Non furono pochi quelli che, per non piegarsi a questa realtà, ingrossarono le file delle milizie armate cosacche che imperversavano nel sud del Paese.

I falsi Demetri

Fu forse la carestia del 1601-1603 a scatenare i veri e propri torbidi. L’anima profondamente religiosa del contadino russo non poteva non scorgere, di fronte a catastrofi come le 100mila persone morte di fame e malattia nella sola Capitale, un castigo divino per i propri peccati. È a questo punto, infatti, che fa la sua comparsa il primo falso Demetrio.

Demetrio, o per meglio dire il vero Demetrio, era l’ultimo figlio di Ivan il Terribile, confinato dalla nascita in un villaggio sul Volga perché nato dalla settima moglie – e quindi non riconoscibile dalla Chiesa ortodossa. Fu trovato sgozzato in un cortile a nove anni, nel 1591, il che aveva causato una rivolta da parte della popolazione locale, secondo cui il responsabile sarebbe stato proprio Boris Godunov, per le cui ambizioni il bambino poteva rappresentare un serio ostacolo.

Non sono pochi gli storici che condividono questa ipotesi, in primo luogo Nikolaj Karamzin, autore della monumentale Storia dello Stato russo pubblicata nel primo quarto del XIX secolo, e poi Aleksandr Puškin e Modest Musorgskij, nelle rispettive opere intitolate entrambe Boris Godunov. Tuttavia, per molti storici appare più probabile la versione ufficiale:  il bimbo si sarebbe ferito da solo, durante uno dei suoi frequenti attacchi epilettici.

Qualunque sia la verità, quando un ragazzo poco più che ventenne si presenta alla corte del re di Polonia Sigismondo III asserendo di essere il redivivo Demetrio, scampato all’omicidio e messo in salvo dai gesuiti, non sono in pochi a credergli. Certo, le opportunità politiche e la brama verso il traballante trono di Mosca hanno una parte importantissima nella fiducia che gli viene accordata dall’aristocrazia polacca, ma il giovane si comporta davvero come il figlio di uno zar – e probabilmente persino lui è convinto di esserlo.

La vittoria del 1605 contro Godunov

Ben educato, erudito, parla fluentemente il russo e il polacco, cavalca con naturalezza e mostra ampie conoscenze letterarie e teologiche. In sovrappiù, ha una spiccata somiglianza con lo scomparso zarevic.

Colui che si fa chiamare Demetrio diventa in breve tempo un favorito della corte di Cracovia, che progetta di usarlo per conquistare l’odiato vicino orientale. Lui, da parte sua, promette di diventare il paladino del cattolicesimo in Russia, e stringe fidanzamento con Marina Mniszech, figlia del voivoda di Sandomir. Ottiene l’appoggio di alcuni boiardi russi avversi a Godunov e, alla testa di un esercito di 1500 soldati, si mette in marcia verso Mosca.

Subisce ripetute sconfitte da parte dell’esercito dello zar, ma i suoi seguaci continuano ad apparire da ogni parte del Paese, convinti che il figlio di Ivan sia tornato per riportare sul trono la santa dinastia Rjurik. E la sua vittoria definitiva, effettivamente, sembra quasi un inequivocabile segno del destino: all’improvviso, nell’aprile 1605, Boris Godunov muore, lasciando il principato in mano all’inesperto figlio quindicenne Fëdor II.

A questo punto le trame di palazzo si infittiscono bruscamente, e il giovane zar viene ucciso dopo soli due mesi dall’incoronazione. I boiari e l’esercito passano dalla parte di Demetrio, che può entrare trionfalmente a Mosca. Il suo regno dura però solo 10 mesi: da un lato, l’alleanza con la Polonia e la fede cattolica della fidanzata (ora moglie) Marina provocano un moto di disprezzo nel popolo russo; dall’altro, Demetrio si inimica lo stesso re Sigismondo disattendendo la promessa di convertire la Russia al cattolicesimo.

Fine del primo Demetrio, arrivo del secondo

Il potere sembra infatti avergli dato alla testa, tanto che ad una popolazione stremata propone l’impresa titanica – e forse impossibile – di espellere i Turchi dall’Europa. Gli eventi precipiteranno al punto che Demetrio, o chiunque egli fosse, viene ucciso e smembrato, e i suoi resti, bruciati, sparati con un cannone rivolto verso la Polonia. Il potere viene quindi preso dal boiaro Vasilij Šuskij, Basilio IV.

Il regno di Basilio durerà quattro anni, e sarà percorso da rivolte sociali ancora più profonde di quelle dell’epoca Godunov. C’è qui la vicenda della ribellione guidata dal servo della gleba Ivan Bolotnikov, che agli occhi degli storici sovietici rappresenterà quasi un’antesignana della rivolta di classe, dato che le masse contadine non venivano spinte alla lotta per gli interessi dei boiari, ma in nome dei propri diritti.

È interessante notare come Bolotnikov avanzò un altro pretendente al trono intorno a cui adunare il popolo: questo però si faceva chiamare Pietro, e millantava di essere figlio di Fëdor I, nonostante quest’ultimo non avesse mai avuto figli. La cosa non deve però sorprendere: in un’epoca di mancanza di certezze gli usurpatori spuntavano fuori in gran quantità, nella speranza di poter approfittare delle crepe sempre più profonde all’interno della struttura governativa.

È poco dopo la fine della rivolta di Bolotnikov che viene fuori il secondo falso Demetrio. Nel caos generale, questi riesce a raccogliere un piccolo esercito e a conquistare l’area sud-occidentale del regno, appoggiato dai cosacchi, dai tatari, dai principi lituani e, tacitamente, dallo stesso sovrano polacco. Si mette quindi in marcia verso Mosca alla testa di 27mila soldati, ma, non riuscendo ad espugnare la città, si stabilisce poco distante, a Tušino, dove instaura una corte parallela con i suoi boiari e persino un proprio patriarca.

L’ingloriosa fine del secondo Demetrio

Una situazione che dura due anni, finché, nel 1609, sconfitto da Basilio grazie all’aiuto degli Svedesi, Demetrio viene scacciato dalla città. I nobili di corte di Tušino, però, chiedono a re Sigismondo di permettere che suo figlio quindicenne, Ladislao, diventi zar di Russia. Il sovrano di Cracovia acconsente, e Ladislao – che non varcherà mai il confine russo per tutta la propria vita – porterà formalmente il titolo di zar per 25 anni.

La vittoria sul secondo falso Demetrio è l’ultima impresa di Basilio: l’anno successivo viene deposto dai propri boiari, che assumono il controllo del governo moscovita e avanzano a Cracovia grossomodo le stesse proposte fatte dai nobili di Tušino, compresa la condizione irrinunciabile della conversione all’ortodossia. Inaspettatamente, il re Sigismondo rifiuta, convinto di poter prendere Mosca con le armi senza doversi piegare alle richieste dei russi.

È qui che fa la sua ricomparsa il secondo falso Demetrio, che contemporaneamente ai polacchi si avvia verso Mosca alla testa di un piccolo esercito, cercando di sobillare il popolo contro l’invasore. Andrà però incontro ad una fine ingloriosa: verrà ucciso dal capo delle sue guardie, un mongolo convertito, durante una banale lite per motivi personali

L’ultimo Demetrio: iniziale trionfo e successiva caduta

Gli ultimi anni del periodo dei torbidi vedono la comparsa di un terzo falso Demetrio, che si palesa a Ivangorod nel 1611. La città è assediata dagli Svedesi, di nuovo in armi contro i Russi dopo che questi avevano tradito l’alleanza stretta ai tempi di Basilio e avevano giurato fedeltà all’odiato sovrano di Cracovia. In qualche modo, questo ennesimo usurpatore riesce a spezzare l’assedio, conquistare la regione di Pskov (vicino all’attuale San Pietroburgo) e insediarsi al Cremlino, dove viene proclamato zar in una Mosca dilaniata da quindici anni di disastri. Dura un anno; dopodiché viene catturato e sommariamente giustiziato.

L’insicurezza e l’instabilità del periodo dei torbidi finiscono soprattutto grazie al ruolo giocato dalla Chiesa ortodossa. Il patriarca Ermogene dichiara sciolto il giuramento di fedeltà tra i russi e Ladislao, e invia emissari in ogni città per radunare un esercito e riconquistare la Capitale, ormai in mano a Polacchi e Lituani.

Grazie al mai spezzato legame tra popolazione e clero, l’entusiastica risposta di massa permette la riconquista della città e il ristabilirsi dell’ordine con l’elezione, nel 1613, di Mihajl III. Sorge così l’astro della dinastia Romanov, che proietterà la Russia in una dimensione pienamente europea.

(di Roberto Bargone)

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