“Green Autarky”: autosufficienza contro capitalismo industriale



Redatto da Oltre la Linea.

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«Coloro che vogliono la “crescita” in quel senso sono coloro che la producono; sono gli industriali. E, poiché in Italia la “crescita” è questo tipo di crescita, essi sono più esattamente quegli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (scienza applicata) ha creato la possibilità di un’industrializzazione praticamente illimitata, di un carattere solidamente transnazionale. I consumatori dei beni superflui, dalla loro parte, irrazionalmente ed inconsapevolmente concordano nel volere la “crescita” (questa crescita).

Per loro, ciò significa progresso sociale e liberazione, con un conseguente ripudio dei valori culturali che avevano fornito loro i modelli di essere “poveri”, “lavoratori”, “risparmiatori”, “soldati”, “credenti”. Le “masse” sono quindi per la “crescita”: ma loro vivono questa ideologia solo esistenzialmente, ed esistenzialmente a loro importano i nuovi valori del consumismo. Ciò non nega che la loro scelta sia decisiva, trionfalista ed inflessibile
»

Pier Paolo Pasolini, “Crescita e Progresso” (1973).

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Il modello che la consapevolezza ambientale od ecologica pone in pericolo è il modello basato sulla “crescita” tipico del capitalismo basato sull’industria. È il modello di capitalismo industriale basato sulla “crescita” che rappresenta la principale forza motrice che sta dietro alla produzione di beni superflui. È la produzione industriale di beni superflui che rappresenta, a sua volta, la principale forza motrice che sta dietro alla contemporanea ideologia dominante del consumismo di massa.

Il problema ambientale che questo modello fa sorgere è che non ci sono abbastanza risorse, non c’è abbastanza natura per perseguire un modello industriale di capitalismo basato sulla crescita, e per salvare l’ecologia del pianeta allo stesso tempo, posto il fatto che il capitalismo industriale viene ad essere intrinseco, intrecciandosi in profondità con la produzione di massa di beni superflui e con l’ideologia del consumismo di massa. È chiaro che, se si desidera salvare il pianeta, è il modello economico di crescita basato sull’industria che è quanto mai necessario oltrepassare.

Gli industriali ed i grandi finanzieri sono assolutamente consapevoli di ciò, ed ancora una volta stanno volgendo il problema dalla loro parte [ribaltando le responsabilità, N.d.R.]. Essi hanno tramutato, metamorfizzato la preoccupazione ecologica provata dalle masse in una campagna di marketing volta a promuovere energia rinnovabile prodotta industrialmente. Questo avviene perché stanno cercando di salvare i loro profitti, non il pianeta. Loro stanno cercando di salvare il modello di capitalismo industriale basato sulla “crescita”, non l’ecologia [e relative battaglie, N.d.R.].

Qualsiasi forma di energia, anche quella rinnovabile, che viene dispiegata su scala industriale – al fine di approvvigionare un modello di capitalismo industriale basato sulla “crescita” -, alla fine condurrà alla distruzione dell’ecologia del pianeta. Non incidentalmente, essi stanno provvedendo a porre un volto umano all’energia rinnovabile di origine industriale con lo scopo di salvare la “crescita” – tipica del modello capitalista da loro protetto -, quella stessa che fornisce loro enormi profitti. Essi sono all’altezza dei loro vecchi trucchi, ed hanno bisogno di esporre il loro buon volto per le frodi che conducono e che hanno sempre condotto innanzi [rifacendosi quindi una verginità su danni che loro stessi hanno ampiamente contribuito a causare e finanche peggiorare, N.d.R.].

Il nuovo volto umano dell’energia industriale rinnovabile “Verde” potrebbe venire in essere anch’esso come una frode, se non verrà sottratto dal modello di capitalismo industriale basato sulla “crescita”, ma al contempo è una posizione che si dichiara esplicitamente contraria alle guerre di aggressione. Le guerre neocolonialiste e corporative per le risorse sono il diretto risultato di un modello economico capitalista che prevede una crescita senza alcuna restrizione: infatti, le catene di approvvigionamento dell’energia rinnovabile su scala industriale significano molte più guerre in regioni ricche a livello di minerali, come il Congo ed altre regioni dell’Africa.

È, nuovamente, questa struttura economica liberista basata sul profitto a tutti i costi a costituire il problema della produzione industriale, a prescindere dal colore della sua energia. Ordunque, il capitalismo basato sulla crescita e la produzione industriale sono le due facce della stessa medaglia: non è possibile separare l’una dall’altra.
Tutta quanta la società del cosiddetto Primo Mondo, che ha già ampiamente e lungamente sperimentato un’economia fondata sulla crescita, necessita di essere la prima a compiere la transizione verso un’economia di de-crescita, un’economia di autosufficienza dove ciascheduno mangia e consuma ciò di cui ha realmente bisogno.

Ciò deve avvenire al di fuori della logica del consumismo promosso dal capitalismo industriale. Infatti, l’industria che si fonda sulla crescita va alla ricerca di profitti economici a livello globale, ed è esattamente questo modello che alla fine esaurisce le risorse ambientali del pianeta a livello mondiale, e che economicamente arricchisce soltanto gli industriali ed i loro azionisti, mentre invece impoverisce tutti gli altri.

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Non importa se il nuovo volto dell’industria sia adesso l’energia “Verde”. Si tratta ancora di una massiva frode, nel momento in cui essa non promuova un modello di de-crescita che si allontani dalla produzione industriale fatta per profitto, con lo scopo di intraprendere la strada della produzione per autosufficienza (per sopravvivere [vivere dignitosamente, N.d.R.] a livello locale, non per vendere su una scala globale). Ecco perché l’autosufficienza è anche un concetto chiave per il modello di de-crescita.

Commento a cura del traduttore

Il modello capitalista e liberista dell’industria basata sul profitto a tutti i costi è quello che è venuto in essere soprattutto a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il patto fra Stato e mercato si è fatto sempre più labile, sempre più debole, con una soverchiante prevalenza del secondo. Una prevalenza che ha significato, con tutti gli annessi e connessi, la piena estrinsecazione di un funzionamento semplice: il privato deve e vuole guadagnare, perciò se tutto viene rimesso nelle mani dei privati, non potrà che esserci una serrata e sregolata competizione, al ribasso sui prezzi e sui costi ed al rialzo sui profitti.

Questa filiera parte da lontano: se si desidera avere delle materie prime a basso costo, bisogna investire laddove esse sono presenti, sottopagando il più possibile coloro che le estraggono, con il fine di guadagnare dalla loro vendita, e di far guadagnare a coloro che le lavorano. I quali, a loro volta, non possono che cercare di risparmiare il più possibile sui costi, cioè sulla qualità delle materie prime e sui salari, per far schizzare alle stelle i profitti.

Nel momento in cui i futuri consumatori vengono pagati poco come lavoratori, hanno meno soldi da spendere, e non possono contribuire all’esistenza dei piccoli imprenditori, i cui costi arrivano così a superare i guadagni, costringendoli od a debiti od alla chiusura. Questa spirale deflattiva genera due fenomeni: disoccupazione diffusa tra la popolazione; concentrazione nelle mani di poche persone, di sempre meno persone, delle ricchezze (capaci di mangiarsi i piccoli, diventando sempre più grandi).

Ciò che ne risulta è un oligopolio nel quale i diritti sul lavoro sono sempre meno, i costi sempre più bassi – e con essi l’inflazione -, ma così con loro anche la qualità dei prodotti e le possibilità di acquistarli: in tal modo, la povertà si diffonde presso le società ricche e si mantiene presso quelle già povere. Dal punto di vista ambientale, questo sistema di profitti esacerbati, di bassi salari, di elevata produzione (e produttività), di alti sprechi e di non comparabili consumi, è estremamente impattante, in negativo [1].

I vari Paesi si sono a tal punto interconnessi fra di loro, per spinta tanto politica quanto ideologica (libero mercato a qualunque costo), che si sono ritrovati a scambiarsi gli stessi prodotti in grande quantità (con il fine di esportare più di quanto si importi, per una bilancia commerciale in attivo: è mercantilismo, tipicamente tedesco, come i rapporti di import-export nei Paesi dell’Unione Europea dimostrano), facendo effettuare trasporti transoceanici od aerei molto inquinanti, quand’invece potrebbero destinarli al mercato interno. Questo implicherebbe pagare di più i lavoratori, pagare di più i prodotti, e così aumentare i costi, ma al contempo avere più consumatori: e, aspetto non secondario, meno impatto ambientale, e più purezza ecologica.
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Questo non significherebbe autarchia dura e pura, ma piuttosto resilienza, che è un concetto ben differente e “sui generis”: similare, a livello di sistema-Paese, all’autosufficienza cui l’autore auspica affinché il sistema liberista attuale – volto unicamente al profitto e scevro di riflessioni che deraglino da questi binari pre-impostati – possa riconfigurarsi verso un modello sostenibile di produzione e di consumo, che al contempo sia funzionale tanto al benessere di tutti quanto alla salvaguardia del pianeta.

Creare per sé tutto ciò che sia creabile per sé, tutto ciò che il tessuto socio-economico di un Paese dia la possibilità di mettere a frutto, non significa rinunciare ai mercati internazionali ed oltre-confine, ma anzi significa usufruirne a condizione di parità con le altre nazioni (se un Paese non garantisce ai suoi lavoratori condizioni degne, offrendo alla sua controparte un prodotto di basso costo ma che la controparte stessa potrebbe fare, dando lavoro, dignità e denaro ai suoi cittadini, non vale la pena prenderlo in considerazione) e così adeguare i proprio settori di import ed export a seconda di ciò che non possa venire in essere all’interno dei propri confini, per l’appunto.

Per l’Italia, ad esempio, non c’è nessun vantaggio nell’acquistare arance marocchine, olio tunisino o vestiti cinesi, quando le sue filiere potrebbero benissimo svolgere quel medesimo lavoro, impiegando manodopera locale, la quale guadagnerebbe il necessario per vivere e lo spenderebbe, de facto permettendo ed aumentando il mercato di questi stessi prodotti, e soprattutto non costringendo persone occupabili professionalmente alla disoccupazione: un conto salato e caro per avere qualche soldo in meno nei prezzi di certi prodotti.

Infatti, la competizione sui prezzi spinge alla destrutturazione dei diritti sociali ed all’abbattimento dei salari, proprio per le intrinseche differenze nel mondo del lavoro (e relative conquiste) fra le varie nazioni. La competitività a tutti i costi è quella che, tra le altre cose, ha interconnesso strettamente le nazioni, dando loro il potere di avere potere sulle altre (reale, non finanziariamente fittizio), di poter semplicemente aumentare i costi per l’importazione altrui o bloccare il commercio da cui altre nazioni si erano politicamente rese dipendenti per ottenere i loro personali desiderata.

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Una libertà di circolazione dei capitali la cui esacerbazione – come notarono decenni or sono già Keynes ed i nostri padri costituenti -, in aggiunta alle altre cose naturalmente, contribuì a portare alle due Guerre Mondiali. Così scriveva l’economista inglese nel 1933 nella sua “Autarchia Economica“:

«Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare, – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale.

[…] L’internazionalismo economico dei liberisti dell’Ottocento supponeva che il mondo intero fosse, o stesse per essere, organizzato sulle basi del capitalismo privato in regime di concorrenza e della libertà dei contratti privati protetti inviolabilmente dalle sanzioni della legge, – naturalmente attraverso fasi di diversa complessità e di diverso sviluppo, ma conformi a un tipo unico, che sarebbe stato scopo ultimo perfezionare e non certo distruggere. Il protezionismo dell’Ottocento era sì una macchia sulla perfezione di questo schema conforme al buon senso, ma non modificava l’opinione generale sulle caratteristiche fondamentali della società economica.

Ma oggi un Paese dopo l’altro abbandona questi presupposti. […] Noi non desideriamo quindi essere in balia di forze mondiali che producano, o cerchino di produrre, un qualche equilibrio uniforme in armonia con i principi ideali, se si possono dire tali, del capitalismo del laissez-faire. […] Per il momento almeno, e finché dura l’attuale fase di transizione e di esperimento, noi vogliamo essere i padroni di noi stessi ed essere liberi, quanto più è possibile, dalle interferenze del mondo esterno».

In pratica: usufruire delle peculiarità ambientali, agricole ed industriali del proprio Paese per produrre ed indirizzare alla propria collettività, non significa autarchia e chiusura, ma porsi nella condizione di essere indipendenti laddove sia possibile, collaborando con gli altri laddove un Paese non arrivi e possa fornire agli altri dei prodotti in cui essi non arrivano.

Specializzarsi rinunciando a certe produzioni, pur potendole fare, significa incatenarsi in queste ultime a dettami che non dipendono più dal sistema-Paese. Non incidentalmente David Ricardo, autore della “teoria del vantaggio comparato” – spesso citato a supporto della totale libertà di scambio delle merci e dei capitali -, sviluppò la propria teoria nel 1817, quando il livello di possibilità di spostamento di capitali e lavoro da una parte all’altra del mondo non era neanche lontanamente paragonabile a quello odierno (Reinhardt Schumacher ha decostruito in un suo paper del 2018 la teoria dei vantaggi comparati).

Il modello (e teoria) della libertà senza inibizioni o limiti del commercio mondiale, corroborato a sua volta da un modello industriale capitalista volto al profitto ad ogni costo – ivi compresi quelli ambientali -, rappresenta oggi il sistema dominante a livello socio-economico. Le contraddizioni di questo sistema, oltre ai suoi danni, si sono visti tutti a partire dallo sviluppo altissimo dei commerci avuto dalla seconda metà del XIX secolo, fino a giungere agli attuali vittoria del neoliberismo, finanziarizzazione dell’economia e relativa esacerbazione delle loro storture più evidenti. Un eventuale novello “Green New Deal” – come taluni desiderano ed ipotizzano – non potrebbe prescindere dal mettere in discussione il modello di cui sopra.

(di Robin Monotti Graziadei – da Nullus Locus Sine Genio – Traduzione e commento a cura di Lorenzo Franzoni)

Note:
[1] È interessante, in questo contesto, leggere il commento di Stefano Re a quello che lui brillantemente chiama – in un suo pezzo per il Dolce Vita Magazine – “gioco a somma zero”: «Esistono modelli di relazione diversi dal gioco a somma zero. Due persone, due mele: si dividono le mele, una a testa. Vincono tutti. Perde sempre e solo la fame. Le due persone sono entrambe felici, hanno meno frustrazioni, meno rabbia, meno paura. Vivono entrambe meglio delle due che competono.
Perché allora usiamo quasi in ogni occasione di interazione il modello a somma zero? Perché è così diffuso e così profondamente intrecciato con la nostra stessa psiche? Perché è il modello che ha accompagnato la nostra specie da quando esiste. È il modello che regola il comportamento di quasi ogni forma di vita in natura. Animali e vegetali tendono a riprodursi fino a rendere scarse le risorse che li sostengono, aria, luce, acqua, cibo. La competizione è il meccanismo di regolazione che sfoltisce il branco, selezionando gli individui e le specie più efficienti nel procurarsi le risorse.
[…] Ma se il modello a somma zero, il modello competitivo, è stato il paradigma dominante per tutta la nostra evoluzione ed è il modello più comune in natura, perché dunque per noi questo modello sarebbe superato? Perché piante e animali non hanno sviluppato autocoscienza né tecnologie complesse. Noi sì, e grazie ad esse siamo in grado da un lato di comprendere questi meccanismi – e dunque dovremmo poter limitare la nostra riproduzione – dall’altro di moltiplicare e distribuire le risorse mantenendole abbondanti.
Anzitutto, togliamoci un problema dalla testa: di mele ce ne sono fin troppe. Non c’è nessun bisogno di competere per averne: ad oggi, globalmente gettiamo via circa il 60% del cibo che viene prodotto, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. E gettiamo via coperte, vestiti, prodotti per la bellezza e prodotti per divertirsi perfettamente funzionanti, esattamente come gettiamo via forni a microonde, autovetture, computer, condizionatori, telefoni cellulari in perfetta efficienza. Teniamo vuoti decine di migliaia di appartamenti, case, ville, castelli, chalet. Le risorse non mancano affatto, al contrario: sono abbondati.
Ci *appaiono* scarse per il semplice motivo che non le distribuiamo. Usiamo il denaro, che manteniamo scarso di proposito, per impedire questa distribuzione, di proposito. Fame, freddo, malattia, ma persino scomodità e mancanza di divertimento, non sono oggi dei problemi inevitabili, sono una precisa e costante decisione. Potremmo abolirle semplicemente distribuendo le risorse equamente. L’unico motivo per cui non lo facciamo è la prigione mentale dentro cui continuiamo a vivere, la prigione del paradigma competitivo. Quella che ci fa pensare che se “vincono anche gli altri”, noi per forza “stiamo perdendo”. Quella che ci fa pensare che se lui mangia una mela, “qualcuno la sta pagando, quella mela”».

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