Populeconomy: le ricette dell’UGL contro i mali della globalizzazione

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Redatto da Oltre la Linea.

Populeconomy è un agile libro, nel quale si enucleano alcune ricette e proposte affinché sia possibile concretizzare un’economia per il popolo, piuttosto che per le élite finanziarie mondiali.

 

Populeconomy: un agile pamphlet dall’UGL

Nel nuovo millennio, il peso dei sindacati come corpi intermedi è andato via via diminuendo, e con esso la fiducia delle persone in chi li gestisce. Ben lontana dalla triade CGIL, CISL, UIL – sempre pronta a genuflettersi ai governi socialdemocratici o presunti tali -, è l’Unione Generale del Lavoro (UGL), il cui Segretario Generale Francesco Paolo Capone ha dato alla luce il pamphlet “Populeconomy. L’economia per le persone e non per le élites finanziarie”.

Nell’agile volumetto del quasi cinquantottenne sindacalista nato a Roma emergono valori di riferimento, quello all’equità su tutti, idee programmatiche e sfide per il futuro rilancio dell’attività sindacale. La storia dell’UGL, erede della CISNAL, è quella di un sindacato indipendente ma non neutro, per dirla con le stesse parole dell’autore; e caso più unico che raro (eccetto la versione argentina dei sindacati peronisti) di un movimento sindacale “di destra”.

 

La Populeconomy è per le persone e per il lavoro

È sulle basi dei riferimenti alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa e di un’Europa diversa da identificare non nelle banche o nella finanza internazionale, ma nei popoli che la costituiscono e nella piena sovranità nazionale delle sue aderenti che si articola la visione anti-globalizzazione di Capone. L’obiettivo è quello di una Populeconomy, ovverosia “un’economia a favore della persona e del lavoro“.

Il testo boccia senza attenuanti il Job’s Act identificato come il chiaro fallimento di una classe dirigente inadeguata ad affrontare la crisi economica che ancora attanaglia il Paese. Non viene risparmiata una critica al ruolo del sindacato, spesso incapace di proiettarsi alle nuove sfide poste dalla deregolamentazione del mondo del lavoro, cavallo di battaglia al pari delle privatizzazioni del neoliberismo, nato negli anni Ottanta nel mondo anglosassone con il presidente statunitense Ronald Reagan e il primo ministro britannico Margaret Thatcher e importato dai governi “di sinistra” in Europa continentale nella decade successiva.

 

Una nuova alleanza fra Capitale e Lavoro

Ancora più grave risulta poi la posizione dei cosiddetti “poveri grigi“, coloro che pur lavorando non guadagnano a sufficienza per arrivare alla fine del mese o non possono permettersi di far fronte ad una spesa imprevista. Una precarietà, questa, che incide anche sulla società impedendo ai giovani di far fronte a decisioni importanti come l’acquisto di una casa o l’indipendenza dal nucleo familiare.

Tra i tasti dolenti non potevano mancare le tasse e le pensioni. Le prime che pongono l’Italia come una delle nazioni con il più alto tasso di imposizione fiscale [applicate per ripagare gli interessi sul debito di una moneta non sovrana, N.d.R.], mentre le seconde consentono di dare un quadro di riferimento al settore dilagante dei poveri quando si prende in esame che il 63,1% dei pensionati, pari a 11,5 milioni di persone, percepisce meno di 750 euro mensili.

In quest’ottica arriva dall’autore di “Populeconomy” un’accettazione della Flat tax, tacciata da molti suoi detrattori di essere una misura liberista ma “in grado di rendere il sistema fiscale più semplice e trasparente, riducendone i costi per gli adempimenti“. Tra le tante mancanze dell’Unione Europea figurano anche le mancate lotte ai fenomeni di delocalizzazione e dumping sociale che colpiscono sempre maggiormente la nostra nazione. In opposizione ad una lotta di classe, cavallo di battaglia (e forse solo tale) di altre sigle sindacali, Capone propone una nuova alleanza tra Capitale e Lavoro in grado di ridare a quest’ultimo il valore e la dignità che gli sono propri, proponendo l’attivazione di meccanismi di protezione per le nostre fasce sociali e produttive più deboli in modo da sottrarle alla selvaggia concorrenza internazionale.

(Luca Lezzi)

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